Che fai, mi ascolti?

Nel Popolo della libertà si sta producendo una metamorfosi politica che sta trasformando un’aggregazione basata sul leaderismo anarchico in un partito nel quale si confrontano ipotesi politiche divergenti e su queste si apre una discussione vera e dagli esiti non preconfezionati.
18 AGO 20
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In un passato anche recente, comunque, il riferimento al programma, ovviamente accettato da tutti i parlamentari all’atto dell’accettazione della candidatura, era stato usato come discrimine. Questa visione un po’ contrattuale delle relazioni politiche all’interno del partito di maggioranza relativa era stato all’origine della risposta seccata data alle esigenze poste da Gianfranco Fini (che a sua volta puntava su di una propria forza “contrattuale” espressa nell’ormai famosa frase: “Che fai, mi cacci?”).
Oggi nessuno può ragionevolmente puntare su una fedeltà “disciplinare” a un programma che le circostanze rendono in gran parte inapplicabile, per difendere le manovre che hanno un segno diverso e in qualche campo come quello fiscale addirittura opposto, così come chi si oppone in nome di una prospettiva riformista più marcata non può chiedere che questo punto di vista venga accettato soltanto perché appare più coerente al programma originario.
Ad Angelino Alfano spetta l’onere di ascoltare senza demonizzarle le opinioni dissenzienti, di cercare momenti di sintesi, che ovviamente tengano conto anche dei rapporti di forza parlamentari e dell’alleanza con la Lega, e non è detto che riuscirà nell’impresa. Tuttavia, questa volta, a parte qualche intemperanza personale, nessuno ha rifiutato un confronto sul merito, che sarebbe un po’ misero far rifluire in una contesa retrospettiva tra eredi del riformismo socialista e quelli di un approccio liberale e liberista. Non c’è bisogno di appiccicare etichette ideologiche cristallizzanti, ma di discutere sulla compatibilità di risposte immediate con prospettive di medio termine, ambedue legittime anche se difficilmente componibili.